La Reincarnazione dell’Anima

La Reincarnazione dell’Anima

Il pensiero umano, per la maggior parte degli uomini, non è altro che una rozza e cruda accettazione acritica di idee. La nostra mente è una sentinella sonnolenta e poco attenta che permette il passaggio a qualunque cosa sembri formulata decentemente o che abbia un’apparenza plausibile o che borbotti qualcosa che abbia un’apparenza di familiarità.

Ed è specialmente così nelle questioni sottili che si allontanano dai fatti concreti della nostra vita e del nostro ambiente fisico. Persino uomini che ragionano con attenzione e acutamente di cose ordinarie e che considerano la vigilanza rispetto agli errori come un dovere pratico o intellettuale, si accontentano di sciocchezze inconsistenti quando si ritrovano su un terreno più alto e più difficile.
Laddove la precisione ed il pensiero sottile sono più necessari, proprio lì essi sono più impazienti e non si dedicano al faticoso lavoro richiesto. Gli uomini riescono a padroneggiare un pensiero sottile a proposito di cose palpabili, ma pensare in modo sottile di cose sottili è uno sforzo troppo grande per il nostro rozzo intelletto; così ci accontentiamo di un superficiale colpo di pennello, proprio come il pittore che scaglia il suo pennello contro la tela perché non riesce ad ottenere l’effetto desiderato.
Scambiamo lo scarabocchio che ne risulta per la forma perfetta di una verità.

Non sorprende quindi che gli uomini si accontentino di pensare rozzamente a proposito di una questione come la rinascita. Quelli che l’accettano la prendono così come gli viene proposta, come una teoria nuda e cruda o un dogma. L’anima rinasce in un nuovo corpo – questa asserzione vaga e quasi priva di significato è per loro sufficiente. Ma che cos’è l’anima ? E che cosa significa rinascita di un’anima? Bene, significa reincarnazione; l’anima, qualunque cosa essa sia, è venuta fuori da una struttura corporea e rientra in un’altra. Sembra semplice – lasciateci dire. Come il Djinn del racconto arabo che viene fuori dalla lampada e poi ci rientra o forse come il cuscino viene fuori da una fodera e infilato in un’altra. Oppure l’anima si forma da se stessa un corpo già nel grembo della madre e poi lo occupa; o ancora si spoglia da un abito di carne e ne indossa un altro. Ma che cos’è questa cosa che "lascia" un corpo ed "entra" in un altro?  un altro, un corpo psichico e una forma sottile che entra in una forma corporea grossolana, forse il Purusha dell’immagine antica, non più grande di un pollice, oppure è qualcosa senza forma in sé, impalpabile, che si incarna nel senso di diventare o prendere una forma palpabile di carne ed ossa percepibile ai sensi ?

Nella concezione ordinaria comune non si parla di nascita dell’anima, ma soltanto di nascita di un nuovo corpo occupato da una vecchia personalità, che non è cambiata dal momento in cui ha lasciato la sua forma fisica ora disaggregata.  John Robinson che è venuto fuori da quella forma corporea che una volta occupava, è John Robinson che domani o fra alcuni secoli si reincarnerà in un altro corpo e riprenderà il ciclo delle sue esperienze terrene sotto altro nome e in un altro luogo Achille rinasce come Alessandro figlio di Filippo il Macedone, vincitore non di Ettore ma di Dario, in un ambito più vasto con destini più grandi, ma è sempre Achille, la stessa personalità che è rinata, solo che sono diverse le circostanze fisiche.  questo sopravvivere della stessa personalità che attrae oggi la mente europea nella teoria della reincarnazione . Poiché è difficile per chi è innamorato della vita accettare l’idea dell’estinzione o dissoluzione della personalità, di questo composto fisico, nervoso e mentale che chiamiamo me stesso. Ed è la promessa della sua sopravvivenza e della sua ricomparsa fisica ciò che maggiormente attrae.
L’ostacolo che si frappone all’accettazione di questo è l’ovvia non sopravvivenza del ricordo. La memoria è l’uomo, dice la psicologia moderna, e a cosa serve che la mia personalità sopravviva se non ricordo il mio passato, se non sono consapevole di essere la stessa persona ancora e sempre ? Qual è il senso ? Dove sta la felicità ? Gli antichi pensatori indiani – non sto parlando della credenza popolare piuttosto rozza e non rifletteva affatto su questo – ma gli antichi pensatori buddisti e vedantici consideravano la cosa da un punto di vista molto differente.
Essi non erano attaccati alla sopravvivenza della personalità, non davano a questa sopravvivenza l’alto nome di immortalità; capivano che essendo la personalità ciò che è, un composto che cambia di continuo, la sopravvivenza di una personalità identica era un non senso, una contraddizione in termini.

Essi percepivano invero che c’è una continuità e cercarono di scoprire che cosa determini questa continuità e se il senso di identità che ne fa parte sia un’illusione o la rappresentazione di un fatto, di una verità reale; e se è così, quale fosse questa verità. I Buddisti negarono ogni identità reale. Non c’è –essi dissero – nessun sé, nessuna persona, ma semplicemente un continuo fluire di energia in azione che è come il fluire continuo di un fiume o il continuo bruciare di una fiamma.  questa continuità che crea nella mente un falso senso di identità. Io non sono adesso la stessa persona che ero un anno fa, e neanche la stessa persona che ero un momento fa, non più di quanto l’acqua che scorre laggiù sia la stessa acqua che scorreva pochi secondi fa; è il persistere del flusso nello stesso canale che preserva la falsa apparenza di identità. Ovviamente quindi non c’è nessuna anima che si reincarni, ma soltanto un karma che persiste fluendo continuamente in un canale apparentemente ininterrotto.  il Karma che si reincarna; il karma crea la forma di una mente che cambia costantemente e i corpi fisici, che sono, possiamo presumere, il risultato di quel cangiante composto di idee e sensazioni che chiamiamo me stesso. L’identico "Io" non c’è, non c’è mai stato né mai ci sarà. Praticamente, fino a quando persiste l’errore della personalità, questo non fa molta differenza e io posso dire, nel linguaggio dell’ignoranza, che sono rinato in un nuovo corpo; praticamente devo procedere sulla base di quell’errore. Ma c’è un punto importante che si è compreso: che è tutto un errore e un errore che può cessare; il composto si può disaggregare per sempre senza riformarsi di nuovo, la fiamma può spegnersi, il canale che si denominava fiume può essere distrutto. Allora c’è il non–essere, c’è la cessazione, la liberazione dell’errore da se stesso.

Il Vedantino arriva ad una conclusione diversa: egli ammette un’identità, un sé, una persistente realtà immutabile – ma che è diversa dalla mia personalità, diversa dal composto che chiamo me stesso. Nella Katha Upanishad il problema è posto in modo molto istruttivo, quasi opposto all’argomento che stiamo trattando. Nachiketas, mandato da suo padre nel mondo della Morte, così chiede a Yama, il Signore di quel mondo: Dell’uomo che è andato avanti, che è trapassato, alcuni dicono che egli è, altri che "egli non è"; chi ha ragione ? qual è la verità del grande passaggio ? Questa è la forma della domanda e a prima vista sembra che sollevi semplicemente il problema dell’immortalità nel senso europeo della parola, il sopravvivere dell’identica personalità. Ma questo non è quello che Nachiketas chiede. Egli ha già preso, come il secondo dei tre doni che gli sono stati offerti da Yama, la conoscenza della Fiamma sacra per mezzo della quale l’uomo vince la fame e la sete, si lascia dietro il dolore e la paura e dimora nel paradiso eternamente felice.
L’immortalità in quel senso egli la ritiene già garantita, poiché già sta in quel mondo ulteriore. La conoscenza che egli chiede comporta il problema più profondo, più sottile, del quale Yama afferma che persino gli dei ne discutono da molto, e che non è facile da conoscere, perché la sua legge è sottile; sopravvive qualcosa che sembra essere la stessa persona, che discende nell’inferno, che sale al cielo, che ritorna sulla terra in un nuovo corpo, ma è davvero la stessa persona che sopravvive in questo modo ? Possiamo dire davvero dell’uomo "Egli è ancora", o dobbiamo piuttosto dire "Egli non è più" ?

Anche Yama nelle sue risposte non parla della sopravvivenza alla morte, e concede soltanto uno o due versi alla nuda descrizione della costante rinascita che tutti i pensatori seri ammettevano come una verità universalmente riconosciuta.
Ciò di cui parla è il Sé, l’Uomo reale, il Signore di tutte queste apparenze cangianti; senza la conoscenza di quel Sé la sopravvivenza della personalità non è una vita immortale ma un costante passare dalla morte alla morte; soltanto colui che va oltre la personalità sino alla vera Persona diventa immortale. Fino ad allora sembra che l’uomo nasca di nuovo e ancora per mezzo della forza della sua conoscenza e delle opere, il nome succede al nome, la forma alla forma, ma non c’è immortalità. Questa dunque è la domanda posta, alla quale Buddisti e Vedantini rispondono in modo così differente. C’è un costante riformarsi di personalità in nuovi corpi, ma questa personalità è una creazione mutevole di una forza al lavoro che si spinge in avanti nel tempo e non è mai, neppure per un momento, la stessa; e il senso dell’ego, che fa sì che noi ci attacchiamo alla vita del corpo, e crediamo facilmente che questa sia la stessa idea e forma, che questo John Robinson, rinato come Sidi Hossain, è una creazione della mente.

Achille non è rinato come Alessandro, ma il flusso di forza nelle sue opere che ha creato la costante mutevolezza del corpo e della mente di Achille ha continuato a fluire e ha creato la costante mutevolezza del corpo e della mente di Alessandro. Tuttavia, dice l’antico Vedanta, c’è qualcosa al di là di questa forza in azione, il Maestro di essa, uno che fa sì che essa crei per lui nuovi nomi e forme: questo è il Sé, il Purusha, l’Uomo, la Vera Persona. Il senso dell’ego è soltanto la sua immagine distorta riflessa nel fluire continuo della mente corporea.
Allora è il Sé che si incarna e si reincarna ? Ma il Sé è imperituro, immutabile, non nasce e non muore. Il Sé non è nato e non esiste nel corpo; piuttosto è il corpo che è nato ed esiste nel Sé. Perché il Sé è uno dappertutto – in tutti i corpi, noi diciamo, ma in realtà non è confinato e parcellizzato in corpi diversi, tranne che, come l’etere che tutto costituisce, sembra prendere forma in oggetti diversi e in un certo senso in essi si ritrova. Piuttosto, tutti questi corpi sono nel Sé, ma anche questo è una immaginazione della concezione spaziale, e in definitiva questi copri sono soltanto simboli e figure di se stesso, creati da esso nella sua propria Coscienza. Persino ciò che noi chiamiamo l’anima individuale è più grande del suo corpo e non meno, più sottile di esso e di conseguenza non limitata dalla sua grossolanità. Al momento della morte non abbandona la sua forma, ma se ne spoglia, così che una grande Anima che fa la sua dipartita può dire di questa morte, con una frase vigorosa, "ho sputato via il corpo". Che cosa è dunque ciò che percepiamo come l’abitante della struttura fisica ? Che cosa è ciò che l’anima  si porta via dal corpo quando getta via questo involucro fisico che avvolgeva non essa, ma una parte dei suoi componenti?

Che cos’è quello la cui dipartita produce questo strappo violento, questa lotta veloce e il dolore della partenza, creando questo senso di violento divorzio ? La risposta non ci aiuta molto.  l’involucro sottile o psichico che è legato al fisico dalle corde del cuore, dalle corde della energia di vita, dall’energia nervosa che è stata intessuta in ogni fibra fisica.  questo che il Signore del corpo si porta via e lo strappo violento o il rapido o lento allentarsi delle corde della vita, la fuoruscita della forza di connessione, è questo che costituisce il dolore della morte e la sua difficoltà.

Cambiamo dunque la forma della domanda e chiediamoci piuttosto cos’è che riflette e accetta la personalità mutevole, poiché il Sé è immutabile ? Noi abbiamo infatti un Sé immutabile, una Persona reale, Signore di questa personalità che cambia sempre, che, di nuovo, prende corpi che cambiano sempre; ma il Sé reale si conosce sempre al di sopra del mutamento, lo osserva e ne gioisce, ma non è coinvolto in esso. Per mezzo di che cosa esso gode dei cambiamenti e li avverte come suoi, anche se sa di non esserne toccato ? La mente e il senso dell’ego sono soltanto strumenti inferiori, deve esserci quindi una qualche più essenziale forma di se stesso che l’Uomo Reale mette avanti, mette di fronte a sé, per così dire, e dietro ai cambiamenti, per sostenerli e rispecchiarli senza essere in realtà cambiato da essi. Questa forma più essenziale è, o sembra essere nell’uomo, l’essere mentale o la persona mentale di cui parlano le Upanishad come del leader mentale della vita e del corpo (manomayah prana–sharira–neta).  questo che sostiene il senso dell’ego come una funzione nella mente e ci permette di avere la ferma percezione di una identità continua nel Tempo come opposta all’identità senza tempo del Sé..

La personalità che cambia non è questa persona mentale, è un insieme di materiali diversi della Natura, una formazione di Prakrti, e non è per niente il Purusha. Ed è un composto molto complesso, con molti strati: c’è uno strato fisico, uno strato nervoso, uno strato mentale, persino uno strato finale di personalità sopra–mentale; e all’interno di questi stessi strati ci sono strati dentro ognuno di essi. L’analisi degli strati successivi della terra è una faccenda semplice. Se paragonata all’analisi di questa creazione meravigliosa che chiamiamo la personalità. L’essere mentale, nel riprendere la vita corporea, forma una nuova personalità per la sua nuova esistenza terrestre; prende dalla materia comune materiale inorganico e organico, materiale mentale del mondo fisico e durante la vita terrestre assorbe costantemente materiale fresco, getta via ciò che è usato, cambiando i suoi tessuti fisici, nervosi e mentali. Ma tutto questo è lavorio di superficie; dietro di esso c’è il retroterra dell’esperienza passata, che viene tenuto dietro la memoria fisica, affinché la consapevolezza superficiale non sia turbata e non ci siano interferenze con il fardello consapevole del passato, ma ci si possa concentrare sul lavoro attuale. Tuttavia questo retroterra di passata esperienza è il nocciolo della personalità e più di questo.  il nostro vero tesoro, al quale possiamo far ricorso anche a prescindere dal nostro superficiale rapporto con ciò che ci circonda. Questo rapporto si aggiunge alle nostre conquiste, modifica il retroterra in vista di un’esperienza successiva.

Inoltre tutto questo è di nuovo superficie, è soltanto una piccola parte di noi stessi che vive e agisce nelle energie della nostra esistenza terrena. Come dietro l’universo fisico ci sono dei mondi dei quali il nostro è soltanto un risultato ultimo, così anche dentro di noi ci sono mondi della nostra autoesistenza che proietta questa forma esterna del nostro essere. Il subcosciente, il sovracosciente sono oceani dai quali e verso i quali scorre questo fiume. Di conseguenza parlare di noi stessi come di un’anima che si reincarna è dare un’apparenza troppo semplice al miracolo della nostra esistenza; è un tradurre in una formula troppo grossolana la magia del Mago supremo. Non c’è una definita entità psichica che prenda un involucro di carne, c’è una metempsicosi, un riprendere l’anima, un rinascere di una nuova personalità psichica così come c’è la nascita di un nuovo corpo. E dietro di questo c’è la Persona, l’entità che non cambia, il Signore che manipola questo materiale complesso, l’Artefice di questo meraviglioso artificio.

Questo è il punto di partenza dal quale dobbiamo procedere nel considerare il problema della rinascita. Considerarci come questa o quell’altra personalità che prende un muovo involucro di carne è restare impigliati nell’ignoranza, confermare l’errore della mente materiale e dei sensi. Il corpo è un’opportunità, la personalità è una formazione costante del cui sviluppo l’azione e l’esperienza costituiscono gli strumenti, ma il Sé tramite il volere del quale per la delizia del quale tutto questo avviene è diverso dal corpo, diverso dall’azione e dall’esperienza, diverso dalla personalità che essi sviluppano. Ignorarlo è ignorare l’intero segreto del nostro essere.


(traduzione di M. Furru e G. Elia)
(Altri capitoli sull’argomento sono stati pubblicati sulla rivista Arya alcuni anni più tardi, nel 1919 e nel 1920–21. I due articoli sono ora contenuti in The Supramental Manifestation and Other Writings, vol. XVI dell’Edizionedel Centenario (pubblicata dal Sri Aurobindo Ashram di Pondicherry)

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